il congresso (ma non è quello del PD)

Ieri sono andato a vedere, con l’amore mio, “Il congresso”. Senza aver letto nulla, senza saperne nulla. Il film in sè è una roba strana: parte come un film futurologo e diviene poi un cartone lisergico e un pò sconcluso. Un viaggio angoscioso in un futuro angoscioso (perchè il futuro è sempre dominato dal grande fratello e le rivoluzioni sono fuori e poi scoppiano dentro?). Insomma, buone intenzioni, ma un pò di pasticcetti.

Il film è molto liberamente ispirato ad un libro di Stanislaw Lem. Tutto ciò che è scritto qui di seguito nel film non lo troverete trasposto in maniera fedele, anzi …

Narratore sci-fi di culto, sovieticamente utopico, occidentalmente dispotico. Il polacco Stanislaw Lem è stato il creatore del Solaris di Tarkovskij, che è il manifesto di un anti-rinascimento, proiettato nel futuro e aderente ai modelli anti-utopici della letteratura socialista. E’ l’autore de  “Il congresso di futurologia”. Il racconto lungo, uscito nel 1971 (dieci anni dopo Solaris) e privo del carattere magniloquente che può sedurre il grande schermo (?), è la parodia di un futuro anteriore, governato dalla chimica farmaceutica. Ijon Tichy è un glorioso astronauta invitato a un congresso di futurologia in uno stato centroamericano (che l’autore chiama Costaricana e che molto ricorda il coevo Bananas alleniano). Un salone dell’astronautica in un mastodontico albergo lounge dove la rivoluzione che imperversa nelle strade non sembra troppo preoccupare gli invitati. Tichy viene prelevato dagli americani, ibernato e scongelato nel 2039. Si ritrova in un mondo in balia della farmacopea. Un mondo che cambia a seconda delle sofisticazioni lisergiche. E dove i defrizzoni, gli scongelati, sono i nuovi emarginati che cercano librerie e non le trovano, i giornali, anch’essi manipolati chimicamente, si volatilizzano nello spazio di ventiquattro ore: non è dunque la comunicazione e il suo futuribile prolasso a governare il mondo né tantomeno i robot, servi sciocchi (quelli da bagno, quelli lustrascarpe e i robots de voyage) che non possono fruire della chimicocrazia. Potere di farmaci e pillole, di psicochimici che alterano ogni funzione vitale.
È l’orizzonte lessicale che colpisce nel libro di Lem: la continua, esasperata ricerca neologica, questo collasso della parola che si trasforma, anch’essa alterata, e dunque funzionale allo sviluppo narrativo del testo. L’orizzonte utopico è quindi garantito da questa accelerazione mescalinica, mentre – distopicamente – Lem vaticina futuri possibili: parla, nel 1971, di un attentato al papa e di sceriffi dell’aria, prevede e anticipa le connessioni virtuali e l’apprensione per il grande fratello.

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