io (ri)leggo perchè …

Ho ripreso in mano “Cronache marziane”  (The Martian Chronicles) di Ray Bradbury. Ne leggo qualche pagina, la sera tardi, prima di addormentarmi. E’ una bella abitudine quella di leggere alla fine di una giornata. I libri, si sa, portano lontano, persino su Marte. “Cronache marziane”, invero, è un libro di fantascienza, ma è qualcosa di più: primo perchè adotta un linguaggio molto suggestivo nella descrizione dei luoghi e dei personaggi; secondo perchè è una storia di fantascienza al rovescio che parla di razzi, colonizzazione e misteriosi popoli alieni, ma, in realtà, è la trasfigurazione della recente storia americana (che tanto successo avrà nei film tipo “Avatar” e compagnia bella) ed una parabola dell’umanità. “Cronanche marziane” (che contengono già un piccolo nucleo di ciò che sarà poi “Fahrenheit 451”) sono la trasposizione letteraria dei delitti contro l’ambiente e le popolazioni native. In nome del progresso e sopratutto dell’avidità. Quante volte ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto di quanta bellezza  è stata calpestata e distrutta per far largo a cose inutili e volgari? Mica occorre arrivare su Marte per capire questo, non è vero? E quanti si ribellano a tale situazione di fatto oppure cercano di cambiarla con le proprie azioni o il proprio pensiero? Meno male che, a dispetto dell’umanità, esiste una cosa cui non ci si può sottrarre. Il Tempo.

“C’era come un odore di Tempo, nell’aria della notte. Tomàs sorrise all’idea, continuando a rimuginarla. Era una strana idea. E che odore aveva il Tempo, poi? Odorava di polvere, di orologi e di gente. E che suono aveva il Tempo? Faceva un rumore di acque correnti nei recessi bui d’una grotta, di voci querule, di terra che risuonava con un tonfo cavo sui coperchi delle casse, e battere di pioggia. E, per arrivare alle estreme conseguenze: che aspetto aveva il Tempo? Era come neve che cade senza rumore in una camera buia, o come un film muto in un’antica sala cinematografica, cento miliardi di facce cadenti come palloncini di capodanno, giù, sempre più giù, nel nulla. Così il tempo odorava, questo era il rumore che faceva, era così che appariva. E quella notte – Tomàs immerse una mano nel vento fuori della vettura – quella notte tu quasi lo potevi toccare, il Tempo.

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