Archivi del mese: agosto 2014

I shot the sheriff

Non ho mai avuto una particolare predilizione per gli abiti a righe. Ma, almeno una volta della vita, ciascuno di noi ha avuto un pigiama a righe (orizzontali o verticali, non importa), specie quando si è piccoli.

La polemica sul pigiamino di Zara che assomiglierebbe alla casacca fatta indossare agli ebrei nei campi di concentramento è un assurdo. Quasi quanto la notizia che Hello Kitty, in realtà, non sarebbe un gatto.

nascere adidas, morire puma

Quando ripenso alla mia adolescenza, agli oggetti ed ai desideri che la popolavano, uno spazio particolare va riservato alle scarpe da ginnastica. Erano un segno distintivo in base al quale si veniva giudicati, accettati o respinti. Possedere un certo tipo di scarpe, una certa marca, un certo modello significava assurgere all’empireo degli eletti, demarcando un rito di passaggio importante quasi quanto la pubertà o la prima rasatura di baffi e mento. Come tutti gli oggetti che hanno a che fare con la moda, si può essere “in” o “out”. Per me, le scarpe da ginnastica erano le adidas (non c’erano nike, reebok, lotto, diadora, ellesse,  new balance, asics che potessero tenere il passo). Ancora ricordo il sottile piacere nella scelta della scarpa in negozio e la sensazione di onnipotenza emanata dalla scatola azzurra con le tre bande bianche (divenuta in più di un’occasione contenitore per lettere e fotografie). Un paio di scarpe poteva durare anni, poichè la gamma di articoli era meno vasta di oggi. E un paio di adidas rom erano un paio di adidas rom (senza se e senza ma).

Il 18 agosto di quest’anno l’adidas, nel frattempo divenuta multinazionale dello sport, ha festeggiato i 65 anni di prospera attività. Nata dall’intuizione di due fratelli (che poi litigarono e da lì nacque un altro colosso dello sport, la Puma), dimentica del proprio passato nazista (particolare accuratamente omesso nel profilo storico dell’azienda), produttrice delle scarpe di decine di campioni cui tutti vorremmo assomigliare un pò (incluso James Cleveland Owens, che era nero e vinse a Berlino ’36, di fronte al Fuhrer, anche grazie, chissà , alle scarpe fornite dal sig Dassler),   proiettata verso il futuro della prosperità industriale grazie al calcio, alle sponsorizzazioni ed alla voglia della gente di divertirsi ed essere sempre e comunque cool.

E allora cantiamo tutti in coro:

My Adidas, only bring good news
And they are not used as felon shoes
Wear black and white, white with black stripes
The ones I like to wear when I rock the mic
On the strength of our famous university
We took the beat from the street and put it on TV
My Adidas are seen on the movie screen
Hollywood knows we’re good if you know what I mean

We started in the (alley) now we chill in (Cali)
And I won’t trade my Adidas for no beat up Bally’s
My Adidas…

woodstock 1969

Puntuale come la commemorazione della morte di Marilyn (a settembre, invece, ricorderemo, tra i tanti, Lucio Battisti) , ad agosto si riparla del concerto di Woodstock del 1969. All’epoca avevo due anni, e quindi penso di essermi perso qualcosa. Però, poi mi sono rifatto con il film ed ascoltando la musica di quel periodo.  Per cui qualcosa è entrato a far parte del mio immaginario, sia pure di riflesso. Ora se la musica è bella e nonconvenzionale, se i personaggi reali si trasformano in mito (specie se muoiono male come Jimi Hendrix) è come se ti dicessero che non puoi vivere a prescindere del significato di Woodstock 1969: libertà totale ed incondizionata. Un fenomeno scarsamente ripetibile, anche in laboratorio. Comunque, nelle rievocazioni del concertone il passaggio più divertente l’ho trovato su La Repubblica e lo riporto testualmente:

Più curiosa la vicenda di Paul Kantner, leader dei Jefferson Airplane, che ingannò l’attesa della performance (il solito caos organizzativo: la band suonò alle sette di mattina) parlando con un piatto di camembert nel backstage, convinto dall’acido che si trattasse di forme di vita aliene.”

Se non è libertà questa  ….

rock alternativo

La musica adora le etichette, sia quelle discografiche che quelle che definiscono i generi. Poi, adesso che abbiamo “spotify” e le playlists è tutto un proliferare di domini, regni, phylum, classi, ordini, famiglie, generi e specie fino alla scomposizione dell’atomo. E’ una cosa che ci rassicura sapere che gli U2 suonano college rock, che The Police se la cavavano con il post punk, che The doors erano il numero uno del rock psichedelico o che Lady Gaga si dedichi al synth pop.  Son cose che ci fanno stare con la coscienza a posto, un pò come mettere ordine nei cassetti dove prima c’era un gran casino. Magari, ad altri, questa metodica classificazione serve per scopi un pò più turpi (tipo vendere t-shirts, tazze logate, spillette,  dischi – a proposito: esistono ancora i dischi? – e più semplicemente fare soldi). Però, la musica parla di emozioni, progetti e vite e tutto ciò che ruota intorno. E la voglia di etichette, alla fin fine, è solo desiderio di identificazione e condivisione.  Solo la musica, con il suo linguaggio diretto (a volte facile, a volte complesso), ci fa riconoscere nell’altro. Anche quando la solitudine ti fa disintegrare.  Consiglio, pertanto, la visione del  film “24 hour party people” (gentilmente ri-visto in tarda serata ieri su la “effe”) che parla di mancuniani, di “fattorie” di dischi, di Ian Curtis (e non solo), di progetti musicali insoliti ed “alternativi” (se questa parola ha un senso), di sudore, energia, droghe, errori, successi, sbandamenti e passato prossimo. In un’allegra fusione tra il punk, il post punk ed il nascente brit pop (tanto per metterci qualche etichetta).
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sperimentare la contemporaneità

Quando si hanno dei figli piccoli, come è il mio caso,  i genitori  sperimentano quotidianamente il significato della parola “contemporaneo”: ovvero mentre stai facendo qualcos’altro (non necessariamente più importante “di”) tuo figlio/a ti chiederà di fare, allo stesso momento, una o più cose. E la richiesta, in genere, è sempre piuttosto perentoria.

Il genitore apprende, quindi, in poco tempo anche il significato del termine: “multi- tasking”. Per vivere più sereno (insomma).

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cacciatori di tramonti

La mia occupazione preferita dell’estate è attendere il tramonto. Soprattutto in spiaggia. Magari bevendo un aperitoski (ma non necessariamente).  Qualche volta li fotografo, ma più in generale li colleziono e conservo in un posticino segreto.