Ocean of disperation

A breve comincerà il Festival di Spoleto (quello dei due mondi). Che si presenta a tutti con questa immagine:

Il Dio dei creativi ha impacchettato un’eterea modella in un vestito di plastica facendo un richiamo agli oceani di ispirazione.Gli oceani al momento stanno morendo a causa della plastica (come la stampa ci ricorda con sempre maggiore frequenza). Ergo ,o nobile creativo , che brutto scivolone. Ocean of plastic disperation.

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Viulenzaaaa (nelle acque del Nord)

“Acque del Nord” (North Water) è un romanzo di Ian McGuire, autore  britannico originario dello Yorkshire. Un libro molto bello e molto violento. Pieno di cattiveria, puzza e descrizioni raccapriccianti. Una storia senza infingimenti ambientata nell’Ottocento, nel mondo ormai al crepuscolo della caccia alle balene. Se il “Moby Dick” è palloso (specie nella prima parte) e pieno di richiami biblici , con tutti i suoi leviatini e sfide tra uomo e bestia, “Acque del Nord” è, invece,  vivido, diretto e senza scorciatoie da tenere il lettore appeso alla narrazione. Un mondo privo di umanità ove tutto è legato ai sentimenti più abietti e bassi e Dio ce lo siamo scordato da un bele pezzo. Forti questi inglesi. E Leopardi avrebbe apprezzato.

 

PS Per eccesso di fantasia il luogo da cui le navi partivano per le loro spedizioni di caccia nel Mare del Nord si chiama Hull che vuol dire scafo. Ma guarda te …

pasquetta passa in fretta

Ieri è stato un giorno dal cielo grigio ferro. Mare cupo, di quel verde che un pò inquieta. Se il mondo che mi circonda dovesse corrispondere ad uno stato d’animo, il lunedì di  pasquetta potrebbe essere assimilato ad “apprezzamento estetico”. Non fine a sè stesso. ma piuttosto liberatorio.

Poi è venuta la pioggia ed io sono rimasto a navigare in cima al tetto, nella mia nave di sogni e cartapesta.

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momenti di tascurabile felicità

In questa fase crepuscolare della mia vita, in cui i segni evidenti che il tempo passa e non ti lascia nulla tra le dita, incappo nel film che dà il titolo a questo post. Una “commedia” garbata, ambientata a Palermo, città poco visitata dal cinema,  in cui si racconta, con tutta la levità e superficialità possibile, la fragile e impenitente esistenza (nonchè fine) di un uomo medio, marito, traditore, ma tutto sommato  buon cristiano, cui viene data la possibilità di avere altri 90 minuti da vivere (dopo la sua morte in un incidente stradale) grazie a un non meglio benefico effetto dei centrifugati allo zenzero e finocchio.

Ok, raccontata così è un pò riduttivo, ma si tratta pur sempre di un film ispirato ai libri di Francesco Piccolo. In cui non sai mai quanto ci sia di autobiografico e quanto di inventato. Il film mi è piaciuto per tutte le cose sopra descritte. E anche perchè viviamo in un momento triste e melanconico in cui la felicità appare solo per brevissimi istanti.

E non ne sappiamo far tesoro. p

A night at the Fonclea (*)

Luci basse, pareti ruvide, birra tiepida, tavoli sporchi, poca gente. Sul piccolo palcoscenico suonano in cinque: due chitarre, un basso, voce e batteria. E’ una sera come tante. Neanche un fine settimana.  Si sta in scena, si snocciolano i pezzi, si fanno battere le mani agli amici. Non è l’Olimpico, non è Wembley. Stasera  è  una reunion: gente che si è messa a far musica almeno 30 anni fa. Io li guardo, chiudo gli occhi e avverto la loro energia. Me li immagino come avrebbero potuto essere all’inizio, quando il futuro era il possibile e l’unica cosa che veramente contasse era suonare. Non importa dove la musica li avrebbe portati.

Se dovessi far combaciare quelli di allora, con quelli di oggi, farei fatica. Le panzette, i capelli radi, le rughe. I figli, le compagne, le mogli, il mutuo da pagare, la casa fuori città, il lavoro ordinario (che non sempre l’arte ti da da mangiare). Si perchè quando il concerto finisce e ci puoi scambiare due chiacchere, i musicisti sono gente normale.

All’amore mio ha fatto male rincontrarli. Perchè erano amici e rivederli adesso, a distanza di così tanto tempo scattano i brutti pensieri: “La vita va vissuta subito, perchè non la puoi controllare … Ti porta in giro, dove vuole lei..” Eh, sì. Per sempre cristallizzati in quella bolla di tanti anni fa, com’è difficile riconoscersi adesso. Mica si è rimasti uguali. Mica si è rimasti quelli lì di un tempo. Si può fingere. Ma siamo fottuti.

*Il Fonclea è un locale romano, sito a pochi passi da San Pietro, dove si fa musica dal vivo fin dal 1977.

Mark Hollis

Era un crescendo, i rumori della foresta, un barrito (forse) subito incalzato dal battere delle percussioni. Il ritmo diveniva sempre più chiaro, scandito come fosse un metronomo per poi salire e salire, e infine quella voce, mai sentita prima, indefinibile. Il basso, fottuto basso, grattato, sfregato a più non posso. E quella faccia. Sorridente, sardonica, ironica. Un berretto da marinaio, una frangetta, le orecchie a sventola, gli occhiali tondi e scuri. Mark Hollis consegnato alla storia della musica. Con i video negli anni del tripudio della music television, della sperimentazione di nuovi linguaggi e nuovi ingaggi. Quando ideare e realizzare la copertina di un vinile faceva la differenza. Bestie, bestie ovunque. Grandi, piccole, schifose, colorate, notturne. Uno zoo debordante e vitale.

Tutto questo è rimasto in un cassetto per decenni. La vita ti spinge avanti, ti allontana dalla tua adolescenza, dalle scoperte, dai tuoi sogni. Io che mi ingegnavo a registrare su nastro i brani trasmessi alla radio. Che chiamavo il mio amico fidato quando passavano quel video alla tv “such a shame” (corri, corri che ci sono i Talk Talk!). Quelle onde sonore, quel piacere di ascoltare. Anche senza capire. In fondo vivevamo in un altro mondo, inconsapevoli di quello che ci attendeva, di quella cosa vaga chiamata futuro. Non era meglio il presente che ci scivolava addosso, senza pretese, senza possibilità di fuga?

Tutto è finito e compiuto, in un certo senso. Gioia di vivere, di creare. Gioia di indossare abiti nuovi, di piacere alle ragazze, di provare un nuovo taglio di capelli. Caro Mark, io che ti pensavo eterno eterno e sempre uguale,  fermo in un fotogramma a lanciare i dadi contro il cielo plumbeo della lontana Inghilterra. Ti ho voluto un sacco bene, a mio modo. Grazie per i giorni passati, che non torneranno, con quella musica in testa.

mark hollis

scivolare verso il basso

In questi giorni si fa un gan parlare degli esiti del Festival di San Remo. Una cosa di per sè ridicola, ma quest’anno abbiamo raggiunto baratri di stupidità straordinari. Non sono in discussione la qualità delle canzoni o degli interpreti, ma la figura e le origini del vincitore. Figlio di padre “scapestrato”  e, dunque, storia biografica di un abbandono. Egiziano, sardo, milanese in realtà italiano. E già solo a voler mettere un’etichetta a tutti i costi, la dice lunga sui baratri di cui sopra. E poi gli autorevoli interventi del Ministro dell’interno, del presidente della RAI e gli haters on line, e i razzisti a prescindere e i “si stava meglio quando si stava peggio”. Insomma, una melma talmente densa e viscida che neanche il miglior alligatore  si cimenterebbe in un bagno.

O stiamo parlando di San Remo… San R-e-m-o, questo ricorrente lassativo, attivo dal 1951.

In mezzo a quelle rose ci sono tante spine
memorie dolorose di chi ha voluto bene.
Son pagine già chiuse
con la parola fine.

E chi se la scorda Nilla Pizzi… nevvero?

Ma anche Giò Di Tonno e Lola Ponce. E poi i Jalisse , Gilda e Franca Raimondi. Madre! Io che faccio fatica a ricordarmi come mi chiamo, figurati quanto posso eccitarmi a fare l’analisi semantica dei testi delle canzoni (con le minchie dei tenenti, le alici, i tramonti sulla mia terra, i ragazzi di oggi, i salirò e  le scimme che ballano).