Archivi del mese: marzo 2015

Águas de Março

Mentre ieri la pioggia cadeva e cadeva e cadeva e cadeva, sottile e nervosa, sospinta, a tratti, dal vento; mentre i tombini esplodevano gioiosi, mentre rivoli d’acqua scendevano verso valle, mentre le strade erano fiumi; mentre opponevo il mio debole corpo alla furia degli elementi, avvertendo la spiacevole sensazione che mi stessi bagnando negli ultimi cento metri a piedi che mi separavano da casa;  mentre in cuor mio maturava la sensazione che forse il diluvio universale non è stata esattamente una passeggiata, poichè nessuno, in quel caso, ha  messo la parola fine … mentre tutto questo accadeva, cantavo quella canzone lì. Per puro spirito di contraddizione.

Here comes the sun.

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there’s a starman watching in the sky

Con il naso all’aria a guardare l’eclissi (che poi a Roma era piccolina, giusto una porzione di disco nero) e a porsi domande del tipo: “siamo soli nell’universo?” Oppure: “chissà se qualcuno, nonostante sia ampiamente sconsigliato, si è fatto il selfie bruciandosi retina e cervello?” (qui le forme di vita sono piuttosto elementari e poco progredite … ) Meno male che c’è Leo, con la sua inesauribile vena creativa, che ha spirografato la “principessa aliena che afferra una stella“. Capolavoro:

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pieni gli alberghi a Tunisi, per le vacanze estive …

…. a volte  un temporale, non ci faceva uscire.

attentato tunisi

in un mondo che

Mi sono preso un giorno di congedo per stare a casa con li piccini febbricitanti. Direte voi: chissene! Bravi. In effetti, chissene. Ma la mia dimensione personale, che occupa uno spazio ed un tempo, ieri, ha apprezzato molto il fatto  che si può vivere un giorno da leoni senza impegni, senza contatti esterni, con il solo scopo di costruire casette di mattoncini, preparare il pranzo e la cena, guardare i cartoni in TV, strimpellare il piano, “abbottare” il criceto di pop corn, addormentarsi dopo aver letto una filastrocca.

Vi assicuro: non è poco.

RESPECT

cenerella

Quando vado al cinema con i miei marmocchi a vedere un film destinato ai bambini, provo sempre ad immedesimarmi con loro. Vedere (o almeno provarci) un film con gli occhi di un bambino è sempre un’esperienza straordinaria, poichè almeno per un pò di tempo, si cerca di dimenticare ciò che si conosce e si è già vissuto per osservare il mondo con occhi “nuovi”.  Quindi, stupore, paura, emozione, riso ed anche un pò di angoscia sono tutti qui. Semplici, diretti, vivi. Sono banditi, invece, cinismo, ironia, supponenza (i difetti terribili degli adulti). E anche con “Cenerentola” è andato tutto bene, in questa versione girata da un consumato attore “scespiriano” che qui ha messo molto talento, raccontando una delle storie più note della letteratura dell’infanzia senza scivolare nel melenso o nel macchiettistico. Con una morale a cui, in effetti, non avevo mai pensato: farsi amare per quello che si è e non per quello che gli altri vorrebbero che fossimo.

Un pò come Dolce & Gabbana in queste ore.

i pensieri del sabato mattina

E’ sabato mattina. Faccio le stesse cose degli altri giorni (vestirmi, uscire, prendere la metro, andare al lavoro), ma si avverte che c’è un ritmo diverso. C’è meno gente in giro, i miei riflessi sono stanchi. Così ascolto la musica nelle cuffiette, appoggiato al mio solito angolino, mentre il treno sferraglia; colgo lo sguardo di una ragazza bella che poi si immerge nella lettura di un libro e, alè, a mai più rivederci. Salgo le scale, riemergo in superficie e  “Burning down the house” fa da perfetto corollario alla fontana delle api, ove tra l’altro si legge: « VRBANVS VIII PONTIFEX MAXIMVS
FONTI AD PVBLICVM VRBIS ORNAMENTVM
EXSTRVCTO
SINGVLORVM VSIBVS SEORSIM COMMODITATE HAC
CONSVLVIT
ANNO MDCXLIV PONT XXI » E subito scatta il fulminante ” ‘Sti ‘azzo di pontefici, moh, pure il giubbbileo straordinario (come se Roma non c’avesse già i suoi problemi di inefficienza cronica)…” Mi fermo al Gino bar (non è un posto dove fanno le visite ginecologiche) per prendere un buon cappuccino con il cuoricino disegnato sopra (senza cacao, per favore) e lo strudel di mele, quello tiepido. Mentre consumo mi intrespolo per leggere un articolo del giornale dedicato alla xylella fastidiosa (quanto li amo i batteri) e anche nel bar è sabato: non c’è proprio nessuno.  Pago, saluto (non ricambiato) e vo’ via, verso Via Bissolati. Il sole è già alto, il cielo blu, il cedro del Libano dell’amabasciata americana fa cucù. Più avanti, la strada è vuota e mi verrebbe da fermarmi proprio in mezzo alla carreggiata, sulla mezzeria, chiudere gli occhi ed aspettare che il tir di “duel” mi travolga una volta per tutte. L’istinto di conservazione prevale in una frazione di secondo. Quindi, per soddisfare le mie frustrazioni di uomo occidentale, tecnologicamente all’avanguardia, cerco l’angolatura giusta per fotografare un albero di arance, carico di frutti. Un’immagine da donare al mondo che subito la dimenticherà. Ed il risultato è questo. Stento.

E fuori fuoco.

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sconfòrto (a volte mi ripeto)

Viviamo la vita a caso. Fotografiamo cappuccini, piedi, pozzanghere e nuvole; misuriamo il nostro ego con la distanza di un braccio, ma non sappiamo più abbracciare. Con le motoseghe potano gli alberi, due giorni prima della fioritura. E tutta questa merda intorno, in cui si sguazza felici (la mia non puzza, la tua sì. E mi fai schifo). Ostentiamo i nostri insuccessi, felici del vituperio, del guardar dal buco della serratura, moralmente superiori solo ad un protozoo in vacanza alle Fiji. Nessuno soffrirà per la nostra estinzione (che mi auguro dolorosa e lunga).